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Fedi in gioco

COSA SI INTENDE PER DIALOGO INTERRELIGIOSO?

Non ha come scopo la nascita di una religione unica e universale, una forma di sincretismo che mescoli insieme tutte le tradizioni storiche, che in qualche modo annulli le diversità. Rinunciare alla propria identità religiosa non aiuta a fare passi avanti nel dialogo. È propria la consapevolezza della propria identità a consentire una qualsiasi forma di dialogo.

Non è un argomento esclusivamente da “addetti ai lavori”.

Le relazioni interreligiose, nell’attuale contesto, hanno una forte valenza interculturale che travalica l’ambito delle confessioni religiose, rivolgendosi:

alla comunità civile;

alla dimensione politica;

al mondo della cultura.

Esso, non può essere inteso né come curiosità etnologica per riti, celebrazioni, usanze di altre religioni, né come svago culturale o impegno superficiale; ma richiede un atteggiamento di ricerca profonda e la convinzione di percorrere strade nuove, difficili, non prive di rischi e battute d’arresto.

Il dialogo deve essere:

• aperto: nessuno è escluso a priori; nulla è tralasciato per principio.

• interiore: inizia con una domanda interiore (interrogo me stesso); tocca il cuore dei dialoganti

• religioso: contribuisce alla purificazione delle religioni; lotta contro il fanatismo e costruisce ponti

• politico: il dialogo non è una questione privata, appartiene alla “polis”. Il dialogo ha le sue radici nel cuore dell’uomo, ma ha i suoi frutti nell’agorà

• integrale: non è un compito solo per specialisti; è un approccio olistico, è coinvolto l’uomo nella sua totalità, non si difendono ideologie o dottrine

• continuo: il suo scopo non è arrivare alla completa unanimità o mischiare tutte le religioni: la completezza del dialogo non è una finalità ma un esercizio di tutta la vita; nel suo dinamismo, è sempre provvisorio e mai completo, non è mai esaurito; le risposte non sono mai definitive; è costitutivamente imperfetto, il dialogo appartiene alla vita umana e la vita è costante novità.

 

Il dialogo interreligioso si può distinguere in:

Il dialogo ecumenico: coinvolge le varie chiese e comunità cristiane, che ha avuto alti e bassi, ma che ha portato alla proclamazione della Charta Oecumenica del 2001 a Strasburgo ad opera della Conferenza delle Chiese Europee (KEK) e del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE)

Il dialogo ebraico-cristiano: ricostruito sulle ceneri dell’ecatombe della Shoah, che prende forma di un ritrovarsi asimmetrico per il cristianesimo con la propria radice.

Il dialogo interreligioso in senso stretto: riguarda il rapporto tra le grandi tradizioni di Fede. In questi anni si è intensificato il dialogo con l’Islam, l’altra grande religione monoteista, non tralasciando, però, l’attenzione alle grandi tradizioni orientali.

 

In ambito cattolico, è soprattutto la dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane che pone con forza il tema dialogo interreligioso. Come si legge in: Nostra Aetate n.2:

“La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo” nelle altre religioni considerando con rispetto tutte le religioni che “non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

Nel 1964 nasce il Segretariato per i non cristiani, in seguito divenuto Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e che troverà ispirazione dai documenti del Concilio.

Dai documenti si possono evincere 4 modalità in cui può prendere forma il dialogo:

  1. il dialogo della vita: in cui le persone, reciprocamente in ascolto, si sforzano di vivere in uno spirito di apertura condividendo i problemi e le preoccupazioni umane.
  2. Il dialogo delle opere: si realizza quando cristiani e altri uomini collaborano per lo sviluppo integrale delle persone e la liberazione dei popoli promuovendo l’educazione alla pace, al rispetto per il creato, alla solidarietà, e la giustizia sociale.
  3. Il dialogo degli scambi teologici: attraverso il quale esperti delle diverse confessioni non solo cercano di giungere ad un minimo denominatore comune, ma si sforzano di approfondire la reciproca comprensione nelle rispettive eredità religiose al fine di apprezzare i valori spirituali gli uni degli altri. È questa modalità tra le più difficili e più rischiose dove si sono avute battute d’arresto accanto a promettenti passi avanti, soprattutto in campo ecumenico.
  4. Il dialogo dell’esperienza religiosa: avviene quando persone radicate nelle proprie tradizioni condividono le loro ricchezze spirituali nella preghiera, nella contemplazione, nella ricerca di Dio o dell’assoluto. In questo ambito, si possono ricordare, ad esempio la Comunità Ecumenica di Bose del monaco Enzo Bianchi, la Comunità di S.Egidio di Roma, la Comunità di Taizé, il Centro Ecumenico Agape di Prali.

 

 Infine, di rilievo storico-simbolico gli incontri interreligiosi di preghiera per la pace ad Assisi voluti fortemente da Giovanni Paolo II nel 1986 e nel 2002.

 

PERCHE’ “FEDI IN GIOCO”?

Attraverso l’iniziativa FEDI IN GIOCO – Cinema e dialogo interreligioso, l’ACEC desidera che le Sale della Comunità e le realtà ecclesiali in particolare, riescano ad aprirsi alla contemporaneità attraverso il cinema che stimolerà la coscienza critica delle persone e favorirà la cultura dell’incontro e della pace. La risposta al bisogno di religione può essere positiva solo se le religioni diventano «riserva di senso». Non tanto come strumenti di integrazione sociale, quanto e soprattutto per riconoscere e difendere valori essenziali come quello della dignità umana. Anche nelle società del pluralismo culturale possono esistere valori universali. Il valore della dignità umana diventa accessibile e sperimentabile per le persone attraverso l'esperienza dell'auto-trascendenza e la religione rimane la più importante forza attiva nella nostra cultura che sappia evocare e interpretare questo tipo di esperienza.